Cinzia Cremonini[1]
Premessa
In tutta Europa già molto prima della morte di Carlo II, ultimo Asburgo di Spagna, era ben noto il problema della successione e cosa la fine degli Austrias avrebbe comportato per le dinamiche interne e internazionali. La questione era stata oggetto più volte di trattative e accordi più o meno segreti tra le corti e in una delle piazze più importanti del “sistema spagnolo” –lo Stato di Milano che era stato a lungo corazon de la Monarquia– negli anni Novanta del XVII secolo, il tema della successione, anche se non affrontato in modo diretto, costituiva certamente un problema che si aggiungeva alle numerose criticità di natura finanziaria e politico sociale presenti da tempo sul territorio, tanto che si può dire aleggiasse nello stato una sorta di inquietudine, percepibile nei carteggi privati e pubblici, da cui emergevano cenni alle difficoltà economiche e al malumore causato dai cambiamenti nell’assetto istituzionale e sociale innescati dalla venalità di titoli, cariche e uffici che aveva caratterizzato tutto il regno di Carlo II[2].
Tra 1648 e 1676 la venalità aveva concesso a molte nuove famiglie (ad es. Clerici, Durini, Crivelli, Serponti) in possesso di fortune adeguate, di profittare della vendita di titoli, feudi e cariche pubbliche, soprattutto questori nei Magistrati delle Entrate (tra 1673 e 1676), ma anche qualche piazza da senatore, posti di avvocato fiscale, o di segretario della Cancelleria Segreta (tra 1673 e 1691).
Rispetto a tali ascese e a queste pratiche amministrative, almeno inizialmente non sembrò esservi da parte della nobiltà più antica un atteggiamento di critica; non ci furono atti palesi di sfiducia nella Monarchia, ma dai carteggi si percepisce il crescere di un certo disagio che dapprima si tradusse solo nella ricerca di più consistenti entrature nella corte di Vienna o nella elaborazione di nuove forme di distinzione che permettessero di segnare in modo più visibile il distacco tra sé e i parvenue[3]. In un secondo momento però l’inquietudine emerse in modo più chiaro tanto da essere coagulato in un foglietto a stampa che, diffuso nel 1690 e discusso in una consulta del Consejo de Italia il 7 ottobre 1690[4], circolò in forma anonima. In questo documento ci si rivolgeva ai “compatrioti” dando voce a quello che si diceva essere un sentimento diffuso di sfiducia nel governo. Si chiedeva l’aiuto di Dio per liberare i milanesi «dalla tirannide de Spagnuoli» e ristabilire l’antico dominio dei principi passati, ovvero i Visconti, ai quali (dicevano gli autori anonimi) apparteneva la successione. Chi scriveva pensava inoltre di raccogliere i sudditi intorno a un capo di cui non si indicava il nome, ma «nel caso che non operasse con quella rettitudine che deve operare un vero principe[5]», ci si sarebbe potuti legittimamente liberare deponendolo: si trattava di un segno evidente di come il disegno fosse profondamente integrato con quanto era recentemente accaduto in Inghilterra dove solo un anno prima il Parlamento aveva ottenuto da Guglielmo d’Orange la firma del Bill of Rights con cui era stato avviato un rapporto nuovo con il sovrano e –almeno là– si era definitivamente chiuso il capitolo dell’assolutismo.
Nonostante il documento milanese sia stato liquidato dal Consejo de Italia come poco pericoloso e nonostante in effetti non vi siano tracce di azioni ad esso conseguenti, mi pare tuttavia si tratti del segno di una forma di inquietudine nobiliare sino a qui mai considerata almeno in questa parte d’Italia. L’inquietudine della nobiltà non era per la verità prerogativa esclusiva di quel volger di secolo, né dello stato di Milano, se a ben guardare si può dire avesse attraversato le vicende interne di altri contesti territoriali della penisola per tutta la seconda metà del Seicento dove si era tradotta, anzi, in forme più evidenti di frattura[6], segni non fugaci di un magma incandescente, rivolto a plasmare nuove forme sociali e politiche in cui le élites potessero avere un ruolo e le loro aspirazioni all’egemonia e alla conservazione dei privilegi non fossero annientate dal modello assolutistico. Se ne ricava contezza rivolgendo un rapido sguardo alle rivolte reali o solo tentate, volte a preservare l’esclusività della condizione nobiliare, rintracciabili in Liguria e Sicilia, ma anche nella riuscita affermazione dei cosiddetti “giureconsulti di stato” nel Granducato mediceo o nel grande potere acquisito dal “ceto togato” nel Regno di Napoli e pure nelle richieste di assegnazione dei posti di governo ai soli “naturali”[7], avanzate sia a Milano che a Napoli, tutte tracce di una strisciante insoddisfazione, di una inquietudine che il problema della successione spagnola andò ulteriormente ingrossando.
Indubbiamente a Milano gli avvenimenti connessi con la “guerra de los nueves años” cementarono convinzioni filoimperiali[8] sulla successione perchè il conflitto portò in città figure dell’esercito e della corte imperiale di Vienna, la quale era divenuta negli anni successivi allo sventato assedio turco del 1683 polo di attrazione di intellettuali provenienti da ogni parte d’Italia[9]. L’affiliazione alla fazione filoimperiale della nobiltà milanese rimase tuttavia per molto tempo sottotraccia, non si palesò in maniera chiara almeno fino ai primi anni del conflitto, come meglio si dirà.
Alla fine degli anni Novanta, nel 1698, poco prima della morte del re c’era stato un importante cambio al vertice perché fu nominato quale nuovo governatore un personaggio che non apparteneva come solitamente era accaduto, alla grande nobiltà castigliana, ma a un contesto diverso, legato a dinamiche mitteleuropee: Charles Henry de Lorraine, príncipe de Vaudémont (1642?-1723) guidò lo stato per pochi ma significativi anni, fino al 1706, quando entrarono in città le truppe imperiali capitanate dal principe Eugenio di Savoia, a sua volta figura carismatica dell’austracismo europeo[10].
Vaudémont, fu l’ultimo governatore spagnolo di Milano e costituì per i sudditi un cambio di passo notevole, legato anche alla sua particolare personale vicenda. Uomo di grande personalità era figlio del duca di Lorena e della seconda moglie Bearice di Cusance: il matrimonio non era mai stato riconosciuto e questo aveva dato appiglio per togliergli il diritto di successione[11]. Aveva avuto come sostenitori personaggi di grande spicco negli ambienti favorevoli alla successione asburgica: tra di essi Guglielmo d’Orange (suo principale promoter) e l’Almirante di Castiglia, conte di Melgar[12], che lo aveva presentato alla regina Marianna d’Austria; insieme a quest’ultima, anche la seconda moglie di Carlo II, Marianna di Neuburg fu sostenitrice di Vaudémont che giunse dunque a Milano portando con sé un coté davvero internazionale di relazioni, abitudini, aspirazioni. Egli ridede vigore alla corte governatoriale e vitalità ad attività culturali come il teatro di corte. Tuttavia questi suoi legami importanti e internazionali furono anche un limite perchè lo resero pericolosamente inviso alla fazione borbonica incarnata a Madrid dal cardinale Portocarrero[13]; per le stesse ragioni la posizione di Vaudémont si trovò quindi in pericolo quando l’Almirante cadde e il re morì.
Il fatto di essere considerato “austriaco de core” per le sue vicende tutte legate alle dinamiche degli Asburgo, fece sì che il suo atteggiamento alla morte di Carlo II stupisse tutti. Milano in quanto feudo imperiale infeudato al re di Spagna con la morte del sovrano spagnolo poteva dirsi devoluto. L’imperatore pertanto inviò già a dicembre il conte Giovan Battista Castelbarco in qualità di commissario imperiale per chiedere al governatore di riconoscere l’autorità cesarea, ma Vaudémont rispose che pur professando stima e riconoscenza per l’imperatore, doveva mantenersi fedele alla parola data a chi gli aveva assegnato la carica di governatore e quindi affermò di riconoscersi nella Spagna di Filippo V. Conoscendo la sua storia si capisce che in realtà era stata una mossa calcolata: sapendo che a manovrare le prime mosse politiche del nuovo sovrano sarebbe stato suo nonno il Re Sole, Vaudémont sperava di ottenere da lui ciò che gli Asburgo non gli avevano ancora garantito, ovvero l’ambita ricompensa per aver perso la successione sul Ducato di Lorena: dal carteggio con l’Almirante di Castiglia a cui si rivolgeva con molta confidenza si evince che il Vaudémont aspirava ad ottenere un governatorato vitalizio su Milano.
Come sappiamo tutto il suo machiavellismo non riuscì a portargli il premio ambito: mutate le forze in campo, quando il 26 settembre del 1706 le truppe imperiali guidate da Eugenio di Savoia entrarono a Milano egli si trovava già fuori dello stato, costretto a fuggire qualche giorno dall’avanzata degli imperiali. Finì così per Milano la guerra di successione spagnola. Ma vediamo di capire cosa era accaduto tra 1701 e 1706.
Allineamenti e fazioni durante i primi anni della guerra di successione
Quando iniziò il conflitto a Milano si potevano incontrare orientamenti analoghi a quelli presenti in altri territori europei: filo borbonici da un lato e dall’altro filoimperiali o filoasburgici, ma qui (come ovunque) gli orientamenti generali acquisivano sfumature particolari. Innanzitutto si può dire che a seconda delle fonti consultate si ricava l’idea che i sudditi fossero o tutti incondizionatamente orientati verso Madrid[14] oppure che molti volessero «esser soggetti all’Imperadore» e che nell’estate del 1701 ci fosse già chi spontaneamente si armava in favore degli Asburgo[15]. Nel complesso sembra che i filoasburgici fossero più numerosi e che avessero motivazioni meglio delineabili.
Quindi l’allineamento filoasburgico era dettato dalla convinzione che gli Asburgo avrebbero posto fine alle novità introdotte durante il regno di Carlo II e orientarsi verso Vienna significava sperare in un ritorno all’antico sistema delle mercedi. Del resto tra i filoasburgici troviamo alcuni membri della nobiltà più antica e titolata oppure personaggi appartenenti a famiglie antiche che avevano conosciuto un periodo di oblio ed ora erano protagonisti di una fase di rilancio, insomma figure di quella parte dell’ élite che non aveva profittato della venalità di feudi, titoli e cariche nella seconda metà del XVII[16] che aveva permesso l’ascesa sociale di “gente nuova”[17]. Tra essi vi erano, ad esempio, i conti Borromeo Arese, i principi Trivulzio, i conti Archinto, i marchesi Este di Borgomanero, i Visconti di Brignano-Borgoratto: tutti costoro, pur avendo continuato ad avere ottimi rapporti con la corte di Madrid e avendo anche svolto incarichi prestigiosi per Carlo II, erano riusciti a legarsi anche alla corte di Vienna e divennero facilmente fautori di una soluzione asburgica della successione perché speravano che ciò avrebbe riportato il sistema sui binari di un tempo, quando la corte privilegiava la nobiltà feudale e patrizia, limitando le nuove ascese. Ad esempio Antonio Teodoro Trivulzio già nel 1678 si era mostrato disponibile a fare una leva di 800 soldati alemanni; il senatore Carlo Archinto, conte di Tainate partecipando nel 1668 per conto della Spagna alla dieta di Ratisbona poté intessere rapporti con la corte di Vienna di cui si avvantaggiarono i suoi eredi; Carlo Emanuele d’Este di Borgomanero[18] ebbe una carriera importante entro le istituzioni della Monarquía (governatore ad interim in Borgogna e nei Paesi Bassi nel 1674 per la regina Marianna, ambasciatore straordinario a Londra) quindi divenne ambasciatore spagnolo “ordinario” a Vienna a partire dal 1679; il conte Carlo Borromeo Arese[19], seguendo il solco del nonno Bartolomeo Arese era stato nominato consigliere segreto di Milano nel 1678, aveva consegnato per conto di Carlo II di Spagna la Chinea a Napoli nel 1686 e ottenuto il Toson d’Oro, inoltre sulla traccia dello zio Vitaliano per conto dell’Impero era divenuto commissario dei feudi imperiali in Italia nel 1691. Infine i marchesi di Brignano-Borgoratto con la generazione di Pirro e Annibale Visconti [20] avevano iniziato una risalita che li avrebbe portati al cuore della corte imperiale: Pirro infatti, dopo il declino delle generazioni precedenti aveva ricoperto dal 1695 la carica di capitano di giustizia di Milano, quella di luogotenente regio nel 1699; il fratello Annibale era diventato generale dell’esercito imperiale.
Tuttavia non possiamo trascurare il fatto che tra i fautori della successione asburgico-imperiale a Milano vi furono anche persone che appartenevano alla schiera dei parvenus ovvero individui e famiglie che grazie alla venalità avevano compiuto una notevole ascesa sociale ma, arrivati al vertice e avvertendo i pericoli legati al mutare dei tempi, volevano somigliare sempre di più alla nobiltà più antica imitando il percorso di distinzione del patriziato; anche per questo si stavano allineando con la soluzione filoimperiale nella speranza ponesse fine a nuovi avanzamenti: gli esempi più significativi sono le figure di Giorgio Clerici (1648-1736) e di Cesare Pagani (1634-1707).
Nonostante appartenesse ad una famiglia proveniente dalla mercatura della lana nobilitatasi a metà Seicento in seguito alla vendita di feudi e titoli, Giorgio Clerici aveva avuto una storia tutta in linea con quella di un qualsiasi membro dei casati più antichi. Continuando anche dopo il titolo nobiliare nell’esercizio dell’attività feneratizia, i Clerici avevano accumulato un’ingente fortuna tradottasi abbastanza rapidamente nella costruzione di un invidiabile patrimonio fondiario fatto di ville di delizia disseminate in tutto lo stato[21]. Grazie alla propria ricchezza (ma anche alla propria solida formazione giuridica) Giorgio Clerici seppe esercitare una fortissima influenza sulla corte che lo fece approdare alla carica di gran cancelliere ad interim tenuta per ben quattro anni tra 1691 e 1695, proprio mentre a Milano erano presenti militari e funzionari della corte imperiale viennese[22].
Per contro, Cesare Pagani [23], vera e propria “meteora”[24], anch’egli giurista e celebre avvocato inserito nel Collegio dei Giureconsulti, era stato il primo della famiglia ad entrare nel Consiglio decurionale di Milano e nel 1674 fu nominato avvocato fiscale con la prerogativa di entrare in tutti i tribunali e poi auditore delle milizie forensi, quindi pretore a Pavia. Nel 1685 ottenne dal Sacro Romano Impero il titolo di marchese e a partire dal 1692 fu residente per l’Elettore Filippo Guglielmo del Palatinato Neuburg. Nel 1695 ottenne il prestigiosissimo incarico di reggente nel Consejo de Italia. Dopo la morte di Carlo II il legame con il mondo asburgico gli fu però fatale e, come vedremo, ciò comportò il suo arresto negli anni della Guerra di Successione.
A quanto si è potuto appurare, negli anni del regno di Filippo V, il partito filoasburgico si estese a Milano anche in altri settori della società e raccolse consensi; sembra infatti che una parte del clero regolare milanese fosse favorevole alla successione degli Asburgo di Vienna.
A Milano (ammesso e non concesso che vi fosse una vera e propria fazione filoborbonica) tra coloro disposti a tributare consenso al governo di Filippo V si possono rintracciare quei sudditi che o avevano già beneficiato della venalità promossa da Carlo II (ed erano pertanto ascrivibili almeno in parte al ceto degli homines novi, o parvenus) oppure coloro che speravano nella prosecuzione di quella politica sotto Filippo V e che tale allineamento avrebbe portato loro nuovi avanzamenti. Tra questi indubbiamente possiamo annoverare quanti beneficiarono delle promozioni realizzate da Filippo V in occasione del viaggio in Italia del 1702[25]. Si tratta di un viaggio osteggiato dal Re Sole ma fortemente voluto dal giovane sovrano anche per recuperare terreno dopo il pericolo rappresentato dalla Congiura di Macchia[26]. Nelle fonti si percepisce l’entusiasmo dei milanesi; giunto a Milano il 13 giugno Filippo V apparve a tutti per ciò che era: un giovane re, un soldato in guerra tra le truppe, un uomo capace di creare intorno a sé il consenso che aveva sperato di raccogliere e che forse i sudditi avevano bisogno di tributare dopo gli anni difficili di fine secolo.
Una traccia delle conseguenze sociali di quel 1702, vero e proprio “annus mirabilis”, potrebbe essere rintracciata seguendo le promozioni che, concesse tra 1703 e 1705, portarono i casati di alcuni individui a entrare per la prima volta nelle “supreme cariche del Ducato di Milano”[27] mentre altri, dopo un secolo di assenza, grazie alle promozioni concesse da Filippo V riuscirono a ritornare sugli scranni delle supreme cariche[28]. Si ebbero tra gennaio e novembre del 1703 ben 8 ingressi nel Consiglio Segreto che costituiva sempre un premio molto ambito[29]. Ma tutto sommato ritengo non si possa liquidare questo gruppo di promossi come una cerchia di indubitabili filoborbonici: osservando i premiati penso si dovrebbe studiare nel dettaglio il percorso di ciascuno dato che tra di loro rintracciamo ad esempio Carlo Francesco Clerici figlio del marchese Giorgio, come si è detto filoimperiale tra i più sicuri e uomo di punta di entrambe le corti, anche se la famiglia era ascesa grazie ai percorsi della venalità degli Austrias. Quindi probabilmente ci sono casi di persone “premiate” che non necessariamente parteggiavano per la causa borbonica, ma dobbiamo pensare anche che le promozioni potessero agire come strumento di “captatio benevolentiae” o che ci fossero comunque persone che si misero al fianco del sovrano che per opportunità, lealtà e stima, senza peraltro trascurare la strada di Vienna.
Pertanto si può pensare che il grande consenso tributato a Filippo V non ebbe origine solo dalla ricerca di promozioni, ma scaturì anche da qualcosa di impalpabile e simbolico legato ad esempio all’inedito contatto con la sovranità: di fatto i sudditi rimasero abbacinati dalla contiguità (del tutto inusuale per i milanesi) con un giovane sovrano, primo di una dinastia del tutto nuova per la Spagna e solo ricorrendo a questo senso della folgorazione si può in fondo capire perché tra 1702 e 1705 fu rapido e ineluttabile lo scollamento di fedeltà.
Del resto l’andamento del conflitto influì sulle scelte politiche; dopo l’iniziale successo dell’esercito borbonico, le sorti della guerra mutarono definitivamente con la presa di Barcellona da parte di Carlo d’Asburgo e delle forze internazionali che lo sostenevano: ciò mutò certamente gli equilibri interni e gettò un’ombra decisa sulle vicende degli schieramenti e delle fazioni.
Del resto già a settembre 1703 si registrò un importante cambiamento: la rinuncia effettuata da Leopoldo delle proprie rivendicazioni sulla corona spagnola servì ad ottenere il riconoscimento da parte delle potenze alleate dell’arciduca Carlo come re di Spagna[30].
Sempre nel 1703, vedendo che i successi militari non arridevano più alla causa borbonica, a Milano il governatore Vaudémont cominciò a stringere le maglie intorno a chi poteva essere tacciato di allineamento filoaustracista: furono colpiti sia quelli che si erano più esposti, sia i meno tutelati, come gli appartenenti al clero regolare[31].
Come si è visto i primi ad essere colpiti con la confisca dei beni furono i marchesi di Brignano-Borgoratto[32] costretti a rifugiarsi in Svzzera grazie all’attività dell’ambasciatore imperiale conte di Trauttmansdorf e del diplomatico Francesco Luigi de Pesmes conosciuto come generale di Saint Saphorin, grande amico di Eugenio di Savoia[33].
Con il pretesto dell’ antica appartenenza della Lunigiana al dominio spagnolo su Milano, a febbraio del 1704 il principe Vaudémont aveva cercato di imporre ai feudatari imperiali della zona il giuramento di fedeltà a Filippo V[34]. Alcuni Malaspina si rifiutarono, confermando il loro legame con l’Impero[35]. Nel marzo dello stesso anno l’arrivo a Lisbona dell’arciduca Carlo costituì l’avvio di un nuovo momento cruciale per la guerra[36]. Un anno più tardi tra il 14 e il 15 febbraio 1705 le forze alleate iniziarono l‘assedio di Barcellona che otto mesi più tardi, il 22 ottobre aprì le porte all’arciduca Carlo proclamato re di Spagna col nome di Carlo III.
La conquista di Barcellona rappresentò un momento cruciale per il marchese Pagani che venne arrestato[37] e rimase in carcere per 30 mesi ; l’esperienza lo segnò così tanto che morì nel 1707 pochi mesi dopo la liberazione e il ritorno degli Asburgo a Milano che lo avevano reintegrato nella reggenza.
Al contrario i Borromeo Arese che prudenzialmente si erano ritirati sulle loro isole sul Lago Maggiore in attesa di tempi migliori, sfuggirono alle persecuzioni. Però se questo atteggiamento riservato li salvò dai pericoli più gravi, costò loro un ruolo di secondo piano nella politica cittadina dopo il 1706. Ma ebbero modo di rifarsi dopo il 1710 con la nomina a vicerè di Napoli per Carlo Borromeo Arese e poi con quella di plenipotenziario per i feudi imperiali in Italia.
In sostanza fu la conquista di Barcellona da parte delle forze alleate a rappresentare l’avviò del definitivo cambiamento che produsse, dopo l’assedio di Torino conclusosi con la battaglia del 6 settembre 1706[38], la serie di vittorie delle truppe imperiali che tra 1706 e 1708 rientrarono a Milano, Napoli e Cagliari.
Fuori dal conflitto ma dentro l’incertezza
Quando il 26 settembre 1706 entrarono a Milano le truppe guidate dal principe Eugenio di Savoia si può dire che la guerra di successione terminò per i sudditi milanesi ma ebbe inizio un nuovo lungo periodo di incertezza, nonostante lo stato rimanesse sotto la salda guida di Eugenio nominato governatore. Infatti anche se nel 1708 sembrò che la carica venisse assunta da Rinaldo d’Este duca di Modena questi non occupò mai la carica e di fatto il ruolo di governatore fu sempre svolto dal principe Eugenio. Egli benché sempre lontano dallo Stato in quanto impegnato nelle manovre militari per l’esercito imperiale continuò a governare tramite il marchese Pirro Visconti, gran cancelliere e suo delegato, fino al 1716.
Dopo il 1706 furono evidenti i premi tributati dal neue Kurs ai seguaci austracisti: oltre ai premi per i Visconti di Brignano (grancancellierato a Pirro e castellania di Milano al fratello Annibale), la carica di reggente fu riconosciuta sia a Pagani (che morì quasi subito dopo il rientro degli Asburgo) e Pietro Giacomo Rubino; a Carlo Borromeo Arese venne data la prestigiosa carica di vicerè di Napoli che tenne fino al 1713 per divenire poi plenipotenziario per i feudi imperiali in Italia.
Il nuovo governo si pose teoricamente in continuità con il governo degli Austrias; grandi ovazioni furono tributate dai sudditi durante la cerimonia di insediamento, ma subito apparve evidente che l’intento di riprendere il sistema spagnolo non sarebbe stato perseguito. Già nel 1707 il governo fu costretto a introdurre una nuova tassa, detta Diaria per finanziare le spese militari, dato che non vi era ancora totale sicurezza all’interno dello stato. La giunta politica presieduta dal gran cancelliere Visconti si dovette occupare della presenza di fautori dei Borboni che erano rimasti in contatto con il principe di Vaudémont[39]. Il principe Eugenio per avere un proprio uomo al vertice della amministrazione della capitale provò ad imporre il nome di Giulio Cesare Crivelli, contravvenendo alla pratica in uso durante i 150 precedenti che lasciava la scelta al Consiglio decurionale[40].
Una preoccupazione ancor più grave destò tra molti sudditi possidenti – e tra questi lo stesso grancancelliere- l’intricata questione degli “smembramenti” ovvero la cessione al duca di Savoia delle province di Alessandria e Valenza con tutte le terre annesse, la Lomellina e la Val Sesia, previste dagli accordi del 1703. Sia la Congregazione dello Stato di Milano che il Consiglio Generale della capitale, sottolinearono il peso sugli approvvigionamenti idrici che tali cessioni avrebbero causato, oltre alle difficoltà che sarebbero potute emergere dal punto di vista della difesa dei confini, dato il notevole ampliamento dello stato sabaudo.
Ma la delusione dei sudditi trovò un altro motivo nell’annullamento delle “future” accordate da Filippo V[41]: si trattava di un dato costante nei cambi di regime, ma in quella situazione era una mossa significativa e forse poco provvidenziale da parte di Vienna soprattutto se si considera che non era stata determinata dal rifiuto di percorrere la via della venalità ma da semplice scelta politica di regime, visto che dopo qualche tempo la stessa strada sarebbe stata percorsa anche da Vienna come modo per rastrellare danaro. Si avviò in questo modo dunque, con molte incertezze e difficoltà, la nuova era che avrebbe comportato per i sudditi milanesi novità non sempre in linea con il promesso rispetto degli equilibri tradizionali, come chiaramente avrebbe rivelato nel 1717, a guerra ormai finita anche a livello internazionale, il progetto di censire le ricchezze dei possidenti per introdurre finalmente un nuovo e più moderno sistema fiscale[42].
- Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.↵
- ÁLVAREZ-OSSORIO ALVARIÑO, A. (2002). La república de las parentelas. El Estado de Milán en la monarquía de Carlos II, Mantova, Gianluigi Arcari Editore.↵
- Mi riferisco a forme più ricercate di residenze in città e in villeggiatura (si pensi all’Isola Bella), luoghi di ozio e cultura in cui collezionismo, biblioteche, accademie, attività teatrali, feste, ricevimenti, potessero segnare la distanza tra la nobiltà patrizia e chi era giunto da poco dalla periferia dello stato ed era ancora intriso di affari, mercatura e attività feneratizia, rinvio a CREMONINI, C (2015). Le vie della distinzione. Milano, EDUCatt.↵
- Archivo General de Simancas, Secretaria de Estado, leg. 3413, c. 19; pubblicato in CREMONINI, C. (2024). “Tra Austrias e Borbone. Lo Stato di Milano tra 1690 e 1714”, in N. BAZZANO (ed.), La guerra di successione spagnola: l’Italia, l’Europa, il mondo (1700-1714), Cagliari, UNICApress/Didattica, pp. 17-40, in particolare pp. 34-35.↵
- Archivo General, Simancas, Secretaria de Estado, leg. 3413, allegato alla consulta del 7 ottobre 1690↵
- Ne ho parlato più diffusamente in CREMONINI, C. (2023a). “En los orígenes de la inquietud. La aristocracia italiana y la sucesión española: aspiraciones y proyectos”, in E. MARTÌ FRAGA (editado por), Las resistencias nobiliarias al poder real en el siglo XVIII ¿Noblezas Rebeldes?, Barcelona, Albatros Ediciones, pp. 137-152.↵
- CREMONINI, C. (2023b). “Survivre aux changements. Les strategies des élites italiennes durant la Guerre de Successione spagnole”, in H. HERMANT-A. COGNÉ (eds.) Crises politiques et reconfigurations des fidélités. Les élites de la monarchie hispanique des guerre d’Italie à la guerre de Succession espagnole, in Cahiers de la Méditerranée, 106 (juin 2023), pp. 197-210.↵
- CREMONINI, C. (2024), pp. 17-40.↵
- Non ci sono studi recenti, ma quelli di Raffaella Gherardi e Hubert Ehalt possono ancora essere d’aiuto: GHERARDI, R. (1980), Potere e costituzione a Vienna tra Sei e Settecento. Il “buon ordine di Luigi Ferdinando Marsili, Bologna, il Mulino; EHALT, H.CH (1984), La corte di Vienna tra Sei e Settecento, Roma, Bulzoni.↵
- BRAUBACH, M. (1963-1965). Prinz Eugen von Savoyen. Eine biographie, 5 v., Wien, Verlag für Geschichte und Politik. ↵
- Il Vaudémont era un personaggio dell’establishement internazionale, nato a Bruxelles il 17 aprile 1649 (ma secondo alcune fonti nel 1642), fu insignito dell’Ordine del Toson d’Oro. Sposato con Anna Isabel di Lorena-Elboeuf (1649-1714) ebbe un unico figlio Charles Tomas (1670-1704) che intraprese anch’egli la carriera militare nell’esercito imperiale. Vaudémont prima di ottenere la nomina a governatore di Milano era stato a lungo in Italia con la moglie tra 1690 e 1692. Durante il conflitto della Lega di Augusta entrò nella rete delle clientele di Guglielmo d’Orange. Fu nominato a far parte del Consejo de Estado nel 1699 (CREMONINI, C. (2018), “La parábola del príncipe de Vaudémont entre austracismos y provechos personales”, in Espacio, Tiempo y Forma, 31 (2018), pp. 102-122). Dopo l’arrivo degli imperiali, Vaudémont fuggì da Milano e tornò in patria, dove morì a Commercy nel 1723.↵
- GONZÁLEZ MEZQUITA, M.L. (2007), Oposición y disidencia en la guerra de sucesión española: el almirante de Castilla, Valladolid, Junta de Castilla y León; ÁLVAREZ-OSSORIO ALVARIÑO, A. (2007). “Prevenir la sucesión. El Príncipe de Vaudémont y la red del almirante en Lombardia”, in Revista de Historia moderna, 33, pp. 61-91. ↵
- DE BERNARDO ARES, J. M. (coord.) (2013), El cardenal Portocarrero y su tiempo (1635-1709). Biografías estelares y procesos influentes, CSED, Astorga. ↵
- GALASSO, G. (1978), “Napoli nel Viceregno spagnolo (1696-1707)”, in Storia di Napoli, (1969-1978), 11 voll., Napoli, Società Editrice Storia di Napoli, vol. VI, 2 parti, parte prima, Tra Spagna e Austria, pp. 1-400, qui p. 134.↵
- OTTIERI, F.M. (1728-1757). Istoria delle Guerre avvenute in Europa e particolarmente in Italia per la successione alla Monarchia delle Spagne dall’anno 1696 all’anno 1725, 7 voll., Stamperia di Rocco Bernabò, poi nella Stamperia di Pallade di Niccolò e Marco Pagliarini, quindi Giovanni Lorenzo Barbiellini, Roma. Vol. I, Roma, nella stamperia di Rocco Bernabò, 1728. Sull’attendibilità di Ottieri e sulla sua opera come fonte: CREMONINI, C. (2013), “Ottieri, Francesco Maria”, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 79, Roma, Fondazione Treccani, online.↵
- CREMONINI, C. (2010). “Mobilità sociale, relazioni politiche e cultura della rappresentazione a Milano tra Sei e Settecento”, in R. CARPANI, A. CASCETTA, D. ZARDIN (eds.) (2010). La cultura della rappresentazione nella Milano del Settecento. Discontinuità e permanenze, in Studia Borromaica, 24 (2010), pp. 19-44. ÁLVAREZ-OSSORIO ALVARIÑO, A., 2002.↵
- L’insofferenza verso le nuove dinamiche sociali traspare dal tono di alcuni carteggi come ad esempio quello tra Carlo Borromeo Arese e Ludovico Antonio Muratori, CREMONINI, C., Ritratto politico-cerimoniale con figure. Carlo Borromeo Arese e Giovanni Tapia, servitore e gentiluomo, Roma, Bulzoni Editore. ↵
- Sui marchesi di Borgomanero: DONATI, C. (1999). “Una famiglia lombarda tra XVI e XVIII secolo: gli Este di San Martino e i loro feudi”, in FREGNI, E. (ed.). (1999). Archivi, territori, poteri in area estense (sec. XVI-XVIII), Roma, Bulzoni Editore, pp. 435-454; CREMONINI, C. (2015). “Carreras de distinción en tiempo de Carlos II. Carlos Manuel de Este, marqués de Borgomanero, entre Milán, Madrid y Viena”, in B.J. GARCÍA GARCÍA-A. ÁLVAREZ-OSSORIO ALVARIÑO (eds), (2015), Vísperas de sucesión. Europa y la Monarquía de Carlos II, Madrid, Fundación de Amberes, pp. 183-208.↵
- CREMONINI, 2008.↵
- CREMONINI, C. (2010). “Pirro Visconti di Brignano-Borgoratto, al servizio degli Asburgo, in nome dell’Impero (1674-1711)”, in C. HERNANDO SANCHEZ-G. SIGNOROTTO (eds.) (2010), Italiani e spagnoli al servizio della Monarchia, in Cheiron 53-54, pp. 198-264.↵
- KLUZER, A. (1997), Le ville. Cuggiono. Clerici, in M. COMINCINI-A. KLUZER (1997). Ville del Naviglio Grande, Abbiategrasso, Società Storica Abiatense, pp. 50-61. MOCARELLI, L. (2003), “Ascesa sociale e investimenti immobiliari: la famiglia Clerici nella Milano del Sei-Settecento”, in Quaderni Storici, n ° 113 (2/2003), pp. 419-436.↵
- CREMONINI, C. (2019), “Dalla periferia al cuore del sistema. I Clerici di Cavenago e la conquista della distinzione”, in M. A. PREVITERA – M. LEONI – P. VANOLI (eds), (2019), Splendori del Settecento sul lago di Como. Villa Carlotta e i marchesi Clerici, Como, Ente Villa Carlotta, pp. 17-39. ↵
- CREMONINI, C. (2014)“Pagani, Cesare”, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Fondazione Treccani, 2014, online.↵
- Con questo termine si indicano quelle personalità ascese quasi dal nulla approfittando di favorevoli circostanze, ma poi incapaci, per varie ragioni di creare spazi adatti a creare continuità per i famigliari o gli eredi, rinvio per questo al mio contributo in Meteore, a cura di Cremonini Cinzia, Scalisi Lina, ora pubblicato: CREMONINI C. (2024), Meteore. Aspetti teorici e metodologici nello studio di casi di mobilità in ascesa e discesa, in M.C. CALABRESE – C. CREMONINI -L. SCALISI (eds.), Meteore. Ascese e oblio nei territori dell’Italia spagnola (metà XVI-metà XVIII sec.), in MO.DO. Rivista di Storia, Scienze umane e Cultural Heritage, 9-10/2024, Napoli, COSME, pp. 23-52.↵
- CREMONINI, C. (2022), “Fazioni e partiti politici nell’Italia spagnola di Filippo V di Borbone (1700-1714)”, in S. BARBAGALLO, L. MASCILLI MIGLIORINI, M. TROTTA (eds.) (2022), La storia. Una conversazione infinita. Studi in onore di Giovanni Brancaccio, Milano, Biblion Edizioni, pp. 501-525.↵
- GALASSO, G. (1978).↵
- Tra i fruitori di questi benefici troviamo Giovanni Paolo Annoni conte di Cerro, Gerolamo Angiolini, Giovan Paolo Andreani, Giovanni Angelo Moriggia. , cfr. F. ARESE (2008), “Le supreme cariche del Ducato di Milano”, ora in C. CREMONINI (2008b) (ed.), Carriere, magistrature e stato. Le ricerche di Franco Arese Lucini per l’Archivio Storico Lombardo (1950-1981), Milano, Cisalpino Goliardica, pp. 131-232.↵
- Come Febo d’Adda marchese di Pandino, o il marchese di Lodi Alfonso Corrado, il conte Francesco Gaetano Porro, il conte Antonio Filippo Rainoldi), ibidem.↵
- Antonio Filippo Rainoldi, Carlo Francesco Clerici, Galeazzo Mandelli, Antonio Caimi, Giacomo Durini, Alfonso Corrado, Pietro Francesco Porro, ibidem.↵
- ALBAREDA, J. (2010), La Guerra de Sucesión de España (1700-1714), Barcelona, Crítica, p 135.↵
- In Biblioteque Nationale France, Paris, Collection de Lorraine, sono segnalati i casi.↵
- LITTA, P. (1819-1883, ma 1845), Famiglie celebri italiane, Milano, Basadonna, Giusti, Ferrario et alcit.; Archivo Histórico Nacional, Madrid, Estado, leg. 1949.↵
- BRAUBACH, M. (1963-1965), vol I, pp.445.↵
- Archivio di Stato, Milano, Feudi Imperiali, cart. 289, “Comuni, Fosdinovo”↵
- Archivio di Stato, Milano, Feudi Imperiali, cart. 289, “Comuni, Fosdinovo”↵
- ALBAREDA, 2010, 135.↵
- Per i dettagli su Cesare Pagani rinvio a C. CREMONINI (2014), “Pagani, Cesare”, in Dizionario Biografico degli Italiani, Roma, Fondazione Treccani, vol. 80, online.↵
- VIRIGLIO, A. (2006), Cronache dell’assedio di Torino 1706, Torino, Andrea Viglongo & C. Editori (anastatica edizione di Torino, Ed. F. Casanova &C. di Eugenio Rocco, 1930).↵
- Haus Hof und Stadt Archiv, Wien , Lombardei Korrespondenz, fasz. 209, lettera di Pirro del 5 gennaio 1707.↵
- CREMONINI, 2010, 198-264.↵
- ANNONI, A. (1959), Gli inizi della dominazione austriaca, in Storia di Milano, vol. XII, Milano, Fondazione Treccani degli Alfieri, pp. 1-267↵
- AGNOLETTO, S. (2000), Lo Stato di Milano al principio del Settecento. Finanza pubblica, sistema fiscale e interessi locali, Milano FrancoAngeli, pp. 297-311.↵






